Di seguito trovate una lettera aperta di solidarietà con i tre delle mani rosse. Le prime firme di questa lettera sono artisti di strada che esporranno sabato 20 settembre presso la Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, in occasione dell'evento organizzato dalla Traffic Gallery e dedicato alla stencil art. Le loro firme sono particolarmente importanti perché riaffermano la natura "di strada" di questo fenomeno artistico, che, pur attraversando anche le gallerie d'arte di mezzo mondo, rimane tutt'oggi relegato ai margini della legalità. Così il Comune di Bergamo il 18 settembre è parte civile in un processo contro la performance di stencil art delle mani rosse, mentre due giorni dopo fornirà il suo patrocinio alla manifestazione di stencil art della Traffic Gallery. Davvero una questione controversa. Prima della lettera continueremo a inserire le firme che progressivamente giungeranno. Vi chiediamo di firmarla, anche come singoli. Vi chiediamo un piccolo gesto di solidarietà per noi assai importante.
Lucamaleonte, Urka, Neve, Paolo Baraldi aka il Baro, Luisa Lorenza Corna, A10A, Wu Ming, Colle der Fomento, Checkpoint Charlie, Andrea Zanoli (videomaker), CUB - sede provinciale di Bergamo, Italo Di Sabato (Osservatorio sulla Repressione - Rifondazione Comunista - Sinistra Europea), Stefania Azzarello (studentessa), Stefania Chiara Margheritti (studentessa), Silvia Invernici (assistente fotografa), Antifa Milano, Kino (Arpioni Ska Band), temp studio, Federico Agazzi (studente), Movimento Studentesco - Bergamo, Matteo Maggioni (fotografo), Antifa Bergamo, Francesco Tiraboschi (studente), Andrea Vezzoli (studenti), Qirex (terrorpilot), Eta! Beta? (artista), Stefano Lucarelli (ricercatore in Economia Politica, Dipartimento "Hyman P. Minsky" - Università degli Studi di Bergamo), Michele Gobbo (programmatore), Enrico Valtellina (anacoreta), csa Pacì Paciana, Raffaele Nencini (flaneur), Collettivo 20 luglio - Scienze Politiche (Palermo), Collettivo Autonomix (Abruzzo), Adele Pappalardo, Eleonora Testa (aspirante restauratrice), Adriano Favero (cittadino antifascista e antileghista), Federica Benedetti (restauratrice), Giuzzy (studentessa disoccupata), Bruno Pelliccioli (aspirante contadino)..
Per allegare la tua firma scrivi il tuo nome (Paolo Rossi) o il tuo pseudonimo, accompagnato dalla qualifica (cantente, artista, musicista, ladro..) a questo indirizzo email: manirosse@canaglie.org
TANA LIBERA TUTTI E TUTTE!
Nel mese di giugno 2006, un numero imprecisato di mani rosse disegnate a vernice spray invadeva la città di Bergamo, generando fin da subito la curiosità della popolazione e dei media locali. Successivamente, alcune performance dei misteriosi autori delle stesse mettevano in relazione il simbolo seriale con la frase “tana libera tutti”, frase che rimanda al più classico e universale dei giochi infantili: “guardie e ladri”. Ogni mano rappresentava quindi la cosiddetta “tana”, su cui ognuno e ognuna di noi, in tenera età, ha appoggiato la propria mano chissà quante volte. Così sappiamo che raggiungere la “tana” e gridare “per tutti” equivale a liberare, oltre a sé, anche tutti gli altri “ladri” in fuga. Ecco allora spiegato l'enigma: le mani rosse racchiudono una innocente ed elementare richiesta di libertà.
Abbiamo seguito con curiosità gli sviluppi di questa campagna di guerriglia comunicativa, tanto più che la nostra città non è nuova ad esperimenti di questo genere. Alcuni anni fa un'analoga campagna costruita attorno al marchio 052 aveva tenuto in scacco per settimane media e forze dell'ordine. Anche in quel caso, il simbolo seriale racchiudeva un messaggio di libertà, contro il sistema di telesorveglianza comunale, configurandosi come elemento di discontinuità nella grigia ordinarietà dei palazzi e del cemento della metropoli. Questi simboli di libertà, insieme ad innumerevoli altri segni murali, hanno donato un nuovo volto alla nostra città: il volto di una città viva, che respira dell'esistenza di coloro che la attraversano lasciando il segno del proprio passaggio, che narra la vita dei suoi abitanti attraverso il racconto collettivo che i suoi palazzi testimoniano.
Certo non possiamo affermare che i messaggi amorosi, le scritte politiche, i marchi enigmatici e le lettere in evoluzione dei writers, siano interferenze creative condivise da ogni singola persona, ma nessuno può negare il magnetismo che questi affreschi postmoderni nutrono su una fetta non trascurabile della popolazione. Questa affermazione non è confortata da statistiche o censimenti (a noi estranei per natura), bensì trova riscontro dal confronto con le persone, dallo scambio di opinioni faccia a faccia, dalle dispute “da bar”, dal vivere la città e i suoi abitanti in prima persona, come siamo stati abituati dalla nostra “scuola di strada”. E forse è proprio in ciò che si nasconde il cuore del dibattito su quest'arte clandestina: essa attiene alla sfera pubblica e qui trova una spiegazione illuminante quanto elementare. L'arte di strada è innanzitutto partecipazione, affermazione di sé, rifiuto di appiattirsi ai dettami stringenti dell'omologazione di massa.
I muri della metropoli sono dei materiali proprietari dei suoi palazzi o di chi vive le strade e le piazze secondo le regole di una geografia dell'esistenza per molti invisibile? Noi crediamo che la città sia viva nella misura in cui i suoi spazi vengono vissuti, interpretati e (ebbene sì) alcune volte reinterpretati, da coloro che, aldilà di banche, palazzi signorili ed eleganti boutique, scorgono l'opportunità di incontrarsi, comunicare e affermare la propria identità, lontano da inarrivabili canali televisivi, quotidiani e rotocalchi. I muri della città, con tutti quei segni controversi, parlano di esperienze di vita, concrete e condivise. Parlano di gioie e dolori, tensioni ideali e sogni infranti, sono la cronaca vivida della nostra epoca. Con questo non intendiamo avvallare acriticamente ogni singolo graffio di vernice, tuttavia osserviamo il fenomeno, pur nelle sue contraddizioni, sotto il suo profilo più nobile, quale strumento impareggiabile di partecipazione democratica. A chi percepisce l'arte di strada come mero atto vandalico, come danneggiamento della verghiana “roba” altrui, rispondiamo con una constatazione inappellabile: quei segni, prodotto e testimonianza del nostro tempo, sono destinati, come il nostro presente, a scomparire sotto il carico del tempo, cancellati da inevitabili ristrutturazioni architettoniche o, più semplicemente, consumati dalle intemperie. E' sotto gli occhi di tutti: le mani rosse sono state decimate nell'arco di un paio d'anni e di quelle restanti, già sbiadite, è impossibile non osservare il lento deperimento. A chi non può tollerarne l'estetica, seppure temporaneamente, vorremmo fare osservare che esse sono il prodotto di una città che, come già affermato, vive e respira, e che la scelta di viverci impone inevitabilmente l'incontro con l'altro, nelle forme di scambio di cui una società ha scelto spontaneamente di dotarsi. Va osservato, a questo proposito, che la quantità e la varietà dei segni murali che campeggiano in ogni città del pianeta, fino al suo angolo più remoto, fanno vacillare la reiterata lettura della “gente per bene”, che ne attribuisce la paternità ai “soliti pochi idioti”, restituendo invece l'immagine di un movimento di massa, forse tra i più importanti e partecipati del nostro tempo.
Su questi presupposti intenderemmo muovere alcune osservazioni sulla vicenda delle mani rosse. Nel corso della campagna gli agenti della Questura fermavano tre giovani incensurati armati di vernice spray, uno stancil a forma di mano, una videocamera e un nastro in cui alcune persone, con il volto nascosto e armate di pistole ad acqua colorate, rivendicavano le mani rosse. I fatti intercorsi successivamente hanno il sapore della persecuzione bella e buona. Nonostante l'eterogeneità di fattura delle mani rosse sembra escludere la possibilità che dietro la campagna vi fosse un'unica regia (tanto meno composta da soli tre individui), i tre vengono accusati per tutte le mani rosse comparse a Bergamo, indistintamente. Inoltre, la persona proprietaria della videocamera, pur non comparendo in nessun frangente del video ed essendone presumibilmente semplice autrice, viene incolpata anch'essa, non solo delle performance registrate nel nastro, ma anche di tutte le altre. Non esistendo prove materiali a supportare l'impianto accusatorio, viene fatto ricorso al cosiddetto “concorso morale”, prefigurando una fantascientifica “compartecipazione psichica” dei tre con altri attori ignoti (anche estranei) e ricorrendo così ad una “stravaganza” giuridica dell'ordinamento italiano, senza corrispettivo in nessun altro paese europeo.
Il tutto viene condito da una strategia tesa a trasformare la vicenda in una punizione esemplare. Innanzitutto, condotta mai adottata prima, le forze dell'ordine procedono ad una mappatura delle mani rosse realizzate in città e, muniti di una inusuale denuncia preconfezionata, operano una raccolta “porta a porta” delle querele. Intanto, L'Eco di Bergamo promuove una campagna mediatica in cui, mentendo, si sostiene che la Questura sarebbe in possesso di filmati che inchioderebbero i tre denunciati anche per le performance delle settimane precedenti (implicito incoraggiamento per la raccolta delle querele). Parallelamente il Comune di Bergamo decide di costituirsi parte civile e di invocare il risarcimento dei danni: 100.000 euro. La cifra deve essere sommata ai risarcimenti corrispondenti alle altre 56 (!) querele raccolte dalle forze dell'ordine, oltre che, in caso di condanna, alle spese legali proprie e delle altre parti in causa e all'ammontare delle sanzioni amministrative. Se la punizione economica così configurata viene messa in relazione alle condizioni di vita dei tre denunciati, la stessa appare ancora più insostenibile. Conosciamo fin troppo bene le condizioni precarie di lavoro e di vita della nostra generazione, così bene da sapere quanto quella cifra stratosferica rischi di diventare una spada di Damocle a tempo indeterminato sull'esistenza di tre nostri coetanei.
L'anomalia dell'operazione contro le mani rosse appare evidente se confrontata con circostanze analoghe. Già nella campagna 052, i quotidiani locali avevano documentato la stessa con alcune fotografie e L'Eco di Bergamo pubblicava un'istantanea che ritraeva un soggetto mascherato nell'atto di tracciare a vernice il marchio misterioso sulla parete di un palazzo cittadino. Eppure nessun giornalista fu allora accusato di concorso morale con gli autori della campagna, come accaduto invece per uno dei tre inquisiti per le mani rosse. Inoltre, perché nei confronti della Lega Nord non sono mai state assunte le misure applicate invece con zelo alle mani rosse? Eppure la provincia di Bergamo è così capillarmente invasa dalle scritte del partito di Bossi da far sembrare le mani rosse davvero poca cosa. Senza considerare che la Lega Nord non è certo l'unico partito che utilizza le scritte a vernice come strumento di propaganda politica..
La vicenda delle mani rosse diventa così il pretesto per lanciare un monito rigoroso a tutti e tutte coloro che in città decidessero in futuro di lasciare il proprio segno murale (partiti esclusi, evidentemente); come a dire che la tolleranza è finita, per chiunque. Non siamo perciò di fronte ad un caso particolare. A profilarsi è una nuova concezione della sfera pubblica, in una città razionale dove la dimensione sociale e l'incontro/confronto spontaneo tra i suoi abitanti perdono progressivamente centralità. La repressione contro le mani rosse investe altre questioni più generali, da cui dipendono la vivibilità degli spazi urbani e le opportunità di libera fruizione degli stessi, da parte di migliaia di cittadini e cittadine. Pensiamo che questa vicenda si inserisca nel solco di altre misure aberranti passate alla ribalta negli ultimi mesi, come i decreti anti-bivacco, o il surreale divieto di utilizzare percussioni dopo le ore 22 (in realtà, escamotage per bandire la musica dal vivo da Bergamo). A Bergamo, come in altre città italiane, musica e arte diventano discipline clandestine e le opportunità di incontro si assottigliano; il silenzio di questa città laboriosa si fa sempre più opprimente.
Ecco allora che il significato di libertà racchiuso in tutte quelle mani rosse acquisisce nuove e più generali valenze nel profilarsi di due immagini di città in conflitto tra loro. Da una parte una città chiusa, ordinata e controllata; una città battuta da pattuglie e deserta al calare del sole. Dall'altra parte una città aperta, vissuta di giorno e di notte; una città che interagisce, che vive le sue piazze come luogo di convergenza di persone, esperienze e propositi; una città che comunica, dove le forme e i colori prendono il posto del grigio cemento e le pareti assumono le sembianze di un grande racconto collettivo. Da una parte una società che accetta silenziosamente regole, tempi e modalità imposte da altri nella fruizione dei luoghi della propria quotidianità, dall'altra una società che concerta le regole della convivenza civile, contempla il conflitto come strumento del progresso, incontra l'altro e fa della diversità la propria virtù. Rimanere a guardare e indugiare nella propria scelta oggi è impossibile; in gioco c'è il Futuro.
A voi la parola, noi abbiamo già scelto.
«Lì ci sono chiese, macerie, moschee e questure; lì frontiere, prezzi inaccessibili e freddure; lì paludi, minacce, cecchini coi fucili, documenti, file notturne e clandestini. Qui incontri lotte, passi sincronizzati, colori, capannelli non autorizzati, uccelli migratori, reti, informazioni, piazze di tutti, laiche e pazze di passioni». (Mappe della libertà, Assalti Frontali)