I muri della nostra città

 
“Occorre appena ricordare che le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di insegnamento, nei miracoli e nel confort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che la personalità non può reggere il confronto. Da una parte la vita le viene resa estremamente facile, poiché le si offrono da ogni parte stimoli, interessi, modi di riempire il tempo e la coscienza, che la prendono quasi in una corrente dove i movimenti autonomi del nuoto non sembrano neppure più necessari. Dall’altra, però, la vita è costituita sempre di più di questi contenuti e rappresentazioni impersonali, che tendono a eliminare le colorazioni e le idiosincrasie più intimamente singolari; così l’elemento più personale, per salvarsi, deve dar prova di una singolarità e di una particolarità estreme: deve esagerare per farsi sentire, anche da se stesso”. (Georg Simmel)

Sabato 1 luglio il centro sociale Pacì Paciana ospiterà la prima edizione di “Hip Hop Hooligans”, una rassegna dedicata alla cultura Hip Hop e alle diverse discipline di cui essa si compone. Ospiti della serata, oltre a diversi mc’s e dj’s locali, saranno Moddi da Taranto, dj Trix e Kaos One, quest’ultimo voce storica della musica Hip Hop italiana e uno dei primi writer nella storia dell’areosol art “made in Italy”. La giornata comincerà però già dal primo pomeriggio, quando buona parte dei writers cittadini si incontreranno per dare vita ad una convention di aerosol art (meglio nota come graffiti art) nelle vie esterne al centro sociale, nella splendida cornice del quartiere della Grumellina, tra i capannoni industriali, la statale 525 e l’inceneritore maleodorante della società A.S.M.. Chi sono i writers? Cosa è l’areosol art? Spiegare di che si tratta in poche parole non è cosa semplice, ma i muri della città comunicano in modo efficace i segni esteriori di questo fenomeno artistico che, dalle carrozze della metropolitana di New York degli anni ’70, si è ormai diffuso fino agli angoli più remoti del pianeta. Dalla megalopoli statunitense all’anonimo agglomerato metropolitano della pianura padana, oggi i muri della nostra città comunicano attraverso disegni, codici, nomi composti da lettere e numeri. Ad ogni nome corrisponde un individuo e una quotidiana battaglia per affermare la propria esistenza e per dimostrare di “essere”,innanzitutto. Dietro ad ogni sigla si cela un uomo o una donna che, non anonimamente come spesso si è detto, ma con il nome scelto (da sé) per sé, esprime creativamente la propria identità, nella ricerca delle lettere e nello sviluppo di uno stile personale. Una forma espressiva che diventa pratica di resistenza postmoderna, nel contesto di una società massificata che appiattisce e omologa, che cresce i suoi figli da consumatori e che nel consumo fornisce le uniche risposte plastificate ai desideri e alle aspirazioni dei più giovani. I muri della città diventano un mezzo di comunicazione dei tanti anonimi senza voce, sopperendo attraverso l’arte di strada alla voglia talvolta irrefrenabile di gridare. I muri divengono un canale per quelle opinioni “fuori dal coro” che altrimenti rimarrebbero inascoltate, e il mistero del numero 052 fornisce il miglior esempio a questa considerazione. Il 25 aprile del 2005, davanti alla lapide di Ferruccio Dell’Orto, la partigiana gappista Angelica “Cocca” Casile ricordava che “i muri di questa città sono l’ultima forma di democrazia che ci è rimasta”. L’esercizio di diritti imprescindibili quali la partecipazione al dibattito politico del paese e la libertà di espressione, costituisce una pratica democratica irrinunciabile, ancora più necessaria quando l’accesso a questi diritti appare relegato a criteri selettivi ed escludenti. Non si pretende che l’umanità intera digerisca quello che i media apostrofano come “imbrattamento” della verghiana “roba” altrui, o giustificare chi, a prescindere dalle motivazioni, non riconosce la differenza tra una parete di cemento armato e monumenti di interesse storico artistico inestimabile (irripetibili e preziosi per il valore testimoniale che posseggono), ma si intende altresì riportare un po’ di ordine tra causa ed effetto degli eventi. Tutti quei segni tracciati sui muri della città parlano spesso di una realtà molto differente da quella raccontata dai mezzi di comunicazione ufficiali. Parlano di storie di migrazione e diritti negati, della vergogna dei centri di permanenza temporanea, chiedono giustizia per i e le 25 giovani in prigione da marzo per aver preso parte ad una manifestazione antifascista, senza che nulla possa provare le loro responsabilità nei disordini che ad essa hanno fatto seguito. I muri della città diventano l’unico strumento per farsi ascoltare, per esprimere i propri contenuti e il proprio disagio, per gridare quei bi_sogni che il più delle volte rimangono taciuti. La rabbia e la disperazione che accompagnano quei segni sui muri, esprimono gioie, dolori, speranze, un dissenso sociale che non trova spazio nei salotti televisivi della politica pur investendo fasce estese della popolazione. Scontato a questo punto il riferimento alle ormai celebri “mani rosse”. Anche quel simbolo enigmatico in realtà nascondeva dei significati precisi che gli autori hanno rivelato una decina di giorni fa attraverso numerosi striscioni apparsi in diversi luoghi della città e recanti la frase “tana libera tutt*”. Le numerose “mani rosse” comparse in città accompagnavano una richiesta criptata di libertà (ben spiegata da un comunicato apparso il 15 giugno sul sito indymedia), evocata simbolicamente dal richiamo ad uno dei più popolari giochi da cortile: “guardie e ladri”. Il comunicato delle “mani rosse” sposava ironicamente tutte le ipotesi avanzate dai quotidiani locali sul loro significato e annunciava, quale gesto di libertà, una propria presenza sensibile alla manifestazione di Milano del 17 giugno, per chiedere la scarcerazione dei e delle giovani in carcere da più di tre mesi per i disordini dell’11 marzo a Milano. Attribuire la responsabilità di tutte le “mani rosse” ai tre giovani sorpresi a tracciarne alcune in via Madonna della Neve, oltre ad essere assurdo (e per capirlo basta valutare il numero complessivo delle stesse, le diverse fatture e le molteplici occasioni in cui hanno fatto la loro comparsa), ha l’unico scopo di sostenere un teorema repressivo severissimo, volto a trasformare un episodio specifico in una punizione esemplare per tutti e che con la tolleranza e la democrazia a poco a che vedere. Superfluo sottolineare a cosa conducono campagne “law and order” come questa, in termini di arbitrio spropositato accordato ai garanti della sicurezza e restringimento delle libertà individuali: la presenza invasiva della video sorveglianza e la militarizzazione della Polizia Locale sono solo alcuni esempi che forniscono eloquente evidenza di ciò. A Como, l’inverno scorso, un agente della squadra “antigraffiti” della Polizia Locale, durante un banale controllo e senza alcun motivo, riduceva in fin di vita un giovane di 18 anni con un colpo di pistola alla testa. Dalla battaglia civica contro gli imbrattatori allo stato di polizia. L’intenzione riposta dietro l’iniziativa “Hip Hop Hooligans” non è quella di giustificare ogni nome, frase, immagine o numero, che compare sui muri di questa città, tanto meno nascondere le contraddizioni che uno strumento comunicativo come questo si porta appresso. Dietro a quei codici apparentemente indecifrabili si nasconde però una risorsa e una ricchezza preziosa per la nostra città, segnale di una vitalità e un fermento politico culturale che ha in sè la forza propulsiva del cambiamento e che liquidare come “vandalismo” è assolutamente fuorviante. L’appuntamento è perciò per sabato 1 luglio al centro sociale Pacì Paciana, un’occasione impedibile di scambio, conoscenza e confronto. Una sola raccomandazione: abbandonate ogni pregiudizio voi che entrate..
 
“Scritto sul muro col colore, sull’acciaio leggi il codice, difficile, il concetto è senza regole, ma è inutile, se questo tu lo chiami crimine, essere ostile, per te io sarò il peggio criminale..” (Kaos One)
 
c.s.a. Pacì Paciana
 
(www.pacipaciana.org)

mani rosse? tana libera tutti!

 
Nella prima mattinata di oggi su numerosi cavalcavia di Bergamo e provincia sono comparsi diversi striscioni raffiguranti le ormai celebri mani rosse, accompagnate dalla scritta "tana libera tutti".
Finalmente il mistero è svelato!
 
E' uno dei giochi per bambini più universali e famosi: guardie e ladri.
 
Tutte quelle mani rosse per le strade della città rappresentano quella che i bambini e le bambine di tutto Italia (e non solo..) chiamano gergalmente "toppa" o, per l'appunto, "tana". Il gioco ovviamente ha le sue varianti geografiche (da città a città, da quartiere a quartiere, da isolato a isolato..), ma la tradizione vuole che ogni ladro o ladra, per liberarsi dalla "caccia" delle guardie, debba toccare la "toppa", o "tana" (per intenderci, il luogo dove avviene, da parte delle guardie, la conta del tempo accordato ai ladri per nascondersi) gridando "per me". Può accadere però che un ladro o una ladra, giunti alla toppa, decidano di gridare "per tutti" o, come nel nostro caso, "tana libera tutti", liberando anche coloro che non sono ancora giunti alla "toppa" e che, perciò, non sono ancora liberi.
 
E' un gesto di solidarietà splendido e soprattutto innocente, come può essere solo un bambino o una bambina.
Riprodurlo in città per noi ha significato un modo di evocare il desiderio di libertà che sappiamo di condividere con tanti e tante abitanti di questo così disastrato pianeta.
 
A cosa si faceva riferimento nello specifico? Questo ce l'hanno suggerito gli stessi giornalisti autori dei vari articoli sulle mani rosse.
Abbiamo letto su "L'Eco di Bergamo" di "mani dell'occidente insanguinate per la guerra in Iraq"; di solidarietà con i venditori di fiori messicani, colpiti dalla ferocia repressiva della polizia (una triste riproposizione di quanto visto a Genova nel 2001, come dire che tutto il mondo è paese..); di una denuncia della carenza di spazi di aggregazione giovanile in città, una responsabilità di cui l'attuale giunta, come le precedenti, dovrà rispondere, così prodiga nel concedere spazi ai vari "sempre amici" commercianti.
 
Queste cose non le abbiamo dette noi, sono i giornalisti delle varie testate locali che hanno riempito quelle mani rosse di significato, probabilmente conquistati e ispirati da ciò che esse evocano, nella loro ludicità e, tanto carente negli adulti, spontanea sincerità.
 
Infine, vorremmo soffermarci su un'altra tematica sollevata nei giorni scorsi intorno al rebus delle mani rosse, proprio da "L'Eco di Bergamo" e, per noi, assai prioritaria in questo momento. Il nostro pensiero và ai e alle 25 giovani arrestat* per essersi oppost* alla parata nazi fascista della Fiamma Tricolore, l'undici marzo scorso a Milano. La Resistenza e l'antifascismo sono in questo paese tanto fondanti quanto troppo spesso ridotti al mero ricordo vuoto e inattuale.
 
Annunciamo con questo comunicato che, raccogliendo la tematica suggerita dal giornalista de "L'Eco di Bergamo", le mani rosse omaggeranno della loro creativa presenza la manifestazione in programma per sabato 17 a Milano, per chiedere con forza la liberazione dei e delle 25 antifa dell'undici marzo, scorgendo in questa richiesta un gesto di libertà e giustizia.
 
Non temete.. le mani rosse saranno ben visibili!
Libere tutti!
 
"..provate pure a credervi assolti, siete per sempre coinvolti.."
 
Le mani rosse
 
(www.indymedia.org)